Non nego che l’influenza dell’Arte moderna o di Avanguardia abbia giocato un ruolo fondamentale nel mio percorso di studi, ero affascinato dall’astrattismo ma allo stesso tempo provavo una sorta di ripudio.
In me non smetteva mai di persistere l’elemento naturale. Era come se ricollegassi ogni macchia, ogni segno, ogni colatura ad un simbolo, ad un elemento naturale o ad un personaggio presente nella mia fantasia.
Era un processo naturale, la chiamano pareidolia e non gli avevo dato molto peso. Il vero punto di svolta, la scoperta dell’America, fu una serie di tre piccoli quadri in cui avevo fatto vari dripping, volendo eseguire un piccolo esercizio, giusto per vedere cosa potesse uscirne.
Nel primo trovai un pesce che suona un flauto a forma di canarino, nel secondo una tartaruga e tanti uccellini, il terzo fu unico.
Avevo intravisto un’ immagine che a differenza delle altre vedevo solo io: un uomo che suonava un violino. Per me era evidente, ma nessuno la vedeva, cosí presi il mio quaderno e lo disegnai seguendo le linee.
È strano descrivere l’emozione che provai, era un semplice segno eppure era come se avessi scoperto qualcosa di nuovo, un linguaggio, un mondo che andava esplorato.
Presi le altre tele e inizia a vederli, potevo tradurre tutte le immagini naturali che avevo visto negli astratti in qualcosa di nuovo: un pescatore con la testa di pesce, un vecchio con un guscio di tartaruga, una donna che guarda la luna, un uomo che suona il flauto.
Erano tutti lí ad accogliermi, caratterizzati da quella linea cosí poetica che mi faceva venire voglia di andare oltre, di andare ad esplorare quel mondo. Io avevo i mezzi per tradurli e non potevo non andare oltre.
Allora ho iniziato ad interrogare il mio inconscio: come posso esprimere il bene? come posso esprimere il male? come posso esprimere me stesso? Da lí sono partiti i pendoli, le lune, i mondi, le ombre e più ricercavo e più questi personaggi mi parlavano.
La sete era troppa, li disegnavo semplicemente lasciando scorrere il pennino sul foglio, volevo creare dialoghi, volevo far parlare il mio inconscio facendo parlare loro.
L’esplorazione andava bene, ma ad un certo punto ho avvertito una strana sensazione, volevo sapere se ciò che facevo poteva avere un significato psicologico, in fondo ero sempre stato affascinato sia dalla psicologia infantile che dal disegno primitivo ed entrambi erano presenti in quel mondo.
Allora iniziai prima di tutto a leggere vari documenti sulla simbologia araba ed egiziana, scoprendo che in realtà molti di quei simboli che erano parte del mio linguaggio preesistevano e che bene o male avevano lo stesso significato, ma ciò che mi ha illuminato più di tutto è stato l’incontro casuale con la teoria psicanalitica di Jung.
In fondo ciò che stavo facendo non era altro che una psicanalisi di me stesso, stavo dando voce al mio inconscio che però, attraverso quei simboli da me utilizzati, diventava un inconscio non più personale ma collettivo.
Utilizzavo non consciamente simbologie arabe, egiziane o orientali come se dentro di me ci fosse un patrimonio genetico di simboli, figure che però si erano manifestate solo attraverso quel linguaggio.
Ancora più di impatto fu scoprire che Jung parlava di “ Inconscio collettivo” e di “ Archetipi” che avevo trovato senza l’ausilio di quel testo. Avevo trovato i miei archetipi e potevo tranquillamente tradurli con quelle immagini.
Interrogare il mio inconscio era come provocarmi delle ferite, ma mi permetteva di esplorare sempre di più i meandri della mia mente alla ricerca di nuovi esseri e di nuove terre da esplorare e da fare mie e del mondo intero.
È ciò che ancora oggi faccio, è questo il motivo per il quale oggi vi porto il mio mondo.

1. “ Non voglio dare una data alla prima opera che posso considerare del periodo del “mondo magico”, mi piace pensare che questo mondo sia sempre esistito in me. Era una creatura in gestazione, un mondo che ancora non era stato scoperto ma nessuno può negare che esistesse.